di Silvia Schirinzi
Sul perché non ci sono più le modelle di una volta
Andare a vedere una mostra aspettandosi determinate cose e rimanere del tutto sorpresi, non si può chiedere di meglio.
Se la mostra in questione è Mario Testino. Todo o Nada, in esposizione allo storico Palazzo Ruspoli a Roma, e le aspettative riguardano i ritratti di quelle donne che hanno rappresentato punti di riferimento ineludibili dell’immaginario comune – leggi supertop-attrici dagli anni ’90 ad oggi – non sembra esserci spazio per un’eventuale delusione, né tantomeno per una vago sentimento di nostalgia. Retrospettiva collaudatissima, ha debuttato nel 2010 a Madrid ed arriva a Roma in occasione della settimana dell’alta moda di luglio, in collaborazione con Fendi, Gucci e Valentino.
L’intento è quello di raccontare in 54 scatti il percorso dell’artista, perennemente sospeso tra i due estremi del nudo e della fotografia di moda: camminando in linea retta all’interno del museo, ci si ritrova davanti a fate ritratte in paesaggi che spaziano dal fiabesco al suburbano o a nudi di donne che vorrebbero suggerire intimità ma sono tutti comunque troppo famosi per rivelarci davvero qualcosa.
L’effetto è quello di ritrovarsi a scrutare le superdonne di Testino cercando di ritrovarci le donne anonime e comuni di cui parla il dépliant, ah no, cercando, dicevo, quei volti che hanno rappresentato la bellezza per definizione, quei tratti che sono legati indissolubilmente al concetto della strafiga– mi si passi il termine – per eccellenza.

Da sinistra: Stephanie Seymour, Christy Turlington, Linda Evangelista, Cindy Crawford, Naomi Campbell
Claudia Schiffer insomma, ma poi Naomi, Cindy Crawford, Christy Turlington, Linda Evangelista, Stephanie Seymour,quelle che le riconoscono anche i genitori, anche se magari storpiandone o italianizzandone il nome (anzi forse proprio per questo, segno che sono davvero di tutti), quelle che erano le modelle, e le pubblicità erano tutte loro. Una per ogni tipo, dalla bionda algida a quella trasformista e androgina, passando per l’unica al mondo cui i capelli cotonati e la matita più scura del rossetto non si traducevano in effetto Francesca Cacace della serie tv La Tata. Erano i gloriosi anni 90, ed è lì che scatta la nostalgia.
Perché se ci siamo rimessi i Dr. Martens sfidando qualsiasi buongusto, così come i pantaloni a vita alta e le magliette oversize, se Lady GaGa saccheggia la dance scandinava di quegli anni per il suo Born This Way e passa per rivoluzionaria, se i ragazzini si sentono un po’ grunge a scoprire quei vecchietti dei Pearl Jam, beh allora dovremmo riportare in auge anche loro – ma sono veramente mai passate di moda, poi? – le supermodelle degli anni che furono.
Perché di fronte a cotanta maestosa bellezza, non c’è Sienna Miller che tenga.
Kate Moss, forse. Le pur carine Cameron Diaz e Jennifer Aniston, persino l’immensa Kate Winslet – l’unica, a dire il vero, il cui ritratto è decisamente poco riuscito, troppo dura, ma il talento non viene messo in discussione da una foto – le bellissime Daria Werbowy, Natalia Vodianova, Sasha Pivarova. Bellissime sì, ma non iconiche. Incapaci di sfondare cioè quel muro che le separa dal grande pubblico, di emozionare anche i non addetti ai lavori e gli appassionati, di imporsi come uniche e sole rappresentanti di un “genere”, che siano le bionde, le formose, le alternative, le misteriose.
L’estetica si sente certamente appagata di fronte a Daria Werbowy ritratta per Vogue America (Los Angeles, 2004) e all’uso del colore rosso che Testino sfoggia in quello scatto, ma dovendo scegliere un ritratto, un volto cui tributare uno sguardo adorante, difficilmente si può dimenticare l’espressione sicura di sè di Naomi Campbell nella foto di gruppo per Vanity Fair US (2008) o quella magnetica della Seymour nel primo piano a lei dedicato.
L’unica eccezione è Kirsten Dunst ritratta per Vogue, che emana un fascino quasi struggente nel suo omaggio a Marlene Dietrich (diva per davvero, di fronte alla quale il revival anni ’90 un po’ si vergogna), ma la bionda delle bionde rimane sempre la Schiffer, c’è poco da fare.

OK: lo stile di scrittura è molto diretto e informale, va molto bene.
KO: la formattazione è poco bilanciata, non ci sono grassetti, non ci sono link. Dal punto di vista di costruzione dell’articolo c’è una eccessiva differenza tra la prima parte, dove parli della mostra, e la seconda, a volte un po’ troppo blogger e poco giornalista specialista. Non si utilizza la prima persona.